Finisce qui l’era delle macchine per scrivere…

di AngeloMeuli

Nei giorni scorsi, l’ultima fabbrica, presente in India. la Godrej & Boyce ha chiuso. Era l’ultima azienda al mondo che produceva macchine per scrivere. Va definitivamente in pensione un’invenzione che ha dato grande lustro all’Italia (la prima macchina per scrivere fu ideata dal novarese Giuseppe Ravizza nel 1846 e una delle più celebri della storia, la mitica Lettera 22 fu realizzata dalla Olivetti a metà anni Cinquanta) e che ha radicalmente cambiato il modo di lavorare delle aziende nel XX secolo.

Nell’ultimo anno la Godrej & Boyce di Mumbai ha prodotto solo 800 esemplari, la maggior parte con tastiera araba per i Paesi islamici. Siamo molto lontani dai numeri raggiunti dalla stessa azienda nel corso dei decenni passati. Negli anni Novanta la Godrej & Boyce vendeva sul mercato asiatico circa 50 mila esemplari. Poi è cominciato il veloce e inesorabile declino.

Milind Dukle, direttore generale dell’azienda indiana, racconta amaramente all’India’s Business Standard:

«Non riceviamo più commesse. A partire dal 2000, i computer hanno cominciato a dominare il mercato. Tutte le fabbriche che producevano macchine per scrivere hanno fermato la loro produzione. Tranne noi. Fino al 2009, producevamo 10-12 mila macchine ogni anno. Ma probabilmente i nostri clienti erano per lo più collezionisti. Oggi il nostro principale mercato è quelle delle agenzie di difesa, dei tribunali e degli uffici governativi. Durante gli anni d’oro»

contiuna:

«non solo il mercato interno era forte, ma si moltiplicavano anche le esportazioni in Marocco, in Indonesia, Sri Lanka e Filippine. Oggi in India ancora resiste il commercio delle macchine per scrivere usate». Queste continuano ad avere un buon mercato, tuttavia come dichiara Samar Mallick, commerciante del settore, prima o poi anche questo mercato scomparirà: «Chi ha bisogno oggi di una macchina per scrivere?», chiede retoricamente il commerciante. «Eppure quando cominciammo questo business, la macchina per scrivere era uno status symbol».

Fonte: Corriere.it